I gesti italiani: come si parla con le mani

Alain October 25, 2026 at 10:55 PM · 8 min read
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«Ma che vuoi?»: il gesto italiano più famoso del mondo, in piazza, all’ora del caffè.

Se guardate due italiani che parlano, capite molte cose anche senza sentire una parola: se sono d’accordo, se uno dei due è arrabbiato, se il caffè era buono. Noi italiani parliamo con la voce, ma anche con le mani. Lo facciamo perfino al telefono, quando nessuno ci vede.

Uno dei nostri gesti è diventato famoso in tutto il mondo: le dita unite in punta, rivolte verso l’alto. Dal 2020 è anche un’emoji, e su internet molti la chiamano semplicemente «la mano italiana». In questo articolo vi spieghiamo dodici gesti che usiamo ogni giorno: come si fanno, che cosa vogliono dire e quali è meglio evitare con chi non conoscete bene.

Un dizionario per gli stranieri

Nel 1958 il designer milanese Bruno Munari, che in Giappone molti conoscono per i suoi libri per bambini, pubblicò un libro curioso: «Supplemento al dizionario italiano». Dentro non c’erano parole, ma gesti: cinquanta fotografie di mani, spiegate in italiano, inglese, francese e tedesco, per aiutare i turisti a capire gli italiani. Nella seconda edizione, nel 1963, i gesti diventarono settanta.

L’idea non era nuova: già nel 1832, a Napoli, l’archeologo Andrea de Jorio aveva raccolto i gesti dei napoletani e li aveva confrontati con le figure dei vasi greci antichi. E oggi? Secondo la psicologa Isabella Poggi, dell’Università Roma Tre, nella vita di tutti i giorni gli italiani usano circa 250 gesti, e quasi tutti li conoscono.

Dodici gesti da conoscere

1. «Ma che vuoi?»

Come si fa: si uniscono le punte di tutte le dita e del pollice, rivolte verso l’alto, e si muove la mano su e giù dal polso.

Vuol dire: «Ma che dici?», «Ma che vuoi?», «Ma dai, non ci credo!». Esprime incredulità o un po’ di impazienza.

Attenzione: è il gesto più imitato e anche il più frainteso. Fuori dall’Italia, su internet, la sua emoji a volte vuol dire «perfetto» o «buonissimo»: per un italiano no! E con chi avete appena conosciuto è meglio non farlo.

2. «Che buono!»

Come si fa: si appoggia la punta dell’indice sulla guancia e la si gira un po’, come per avvitare una vite.

Vuol dire: «È buonissimo!». Si usa per il cibo, anche con la bocca piena.

Sembra un gesto da bambini, ma lo fanno anche gli adulti. E chi ha cucinato per voi sarà contentissimo.

3. «Perfetto!»

Come si fa: il pollice e l’indice si toccano e formano un cerchio; le altre dita restano aperte.

Vuol dire: «Perfetto», «Va bene», «Ottimo».

In Giappone e in Corea lo stesso cerchio può voler dire un’altra cosa: lo vediamo più sotto.

4. «Non mi interessa»

Come si fa: il dorso delle dita sfiora il mento da sotto, poi la mano va in avanti, lontano dal viso.

Vuol dire: «Non mi interessa», «Non me ne importa niente».

Attenzione: è un gesto un po’ scortese. Si usa solo con gli amici, mai con un insegnante o con il capo.

5. «Occhio!»

Come si fa: con la punta dell’indice si tira giù un poco la pelle sotto l’occhio.

Vuol dire: «Attenzione!», «Stai attento!», oppure «Ti tengo d’occhio». Si usa molto nel Nord Italia.

Anche la parola da sola funziona: «Occhio!» vuol dire «attenzione!».

6. «Ma sei matto?»

Come si fa: con la punta dell’indice si batte piano sulla tempia, sul lato della testa. Al Nord molti, invece, muovono la mano aperta davanti alla faccia.

Vuol dire: «Ma sei matto?», «Ma che idea!». A volte anche «Usa la testa!».

Attenzione: tra amici è uno scherzo, con uno sconosciuto è un’offesa.

7. «Soldi»

Come si fa: il pollice strofina la punta dell’indice e del medio, come se contasse delle monete.

Vuol dire: «Costa caro!», «Ci vogliono soldi», oppure «Quello è ricco».

8. «Calma!»

Come si fa: le mani aperte, con il palmo verso il basso, scendono piano piano.

Vuol dire: «Calma», «Piano», «Non agitarti».

9. «Che barba!»

Come si fa: con il pollice e l’indice ci si accarezza il mento, poi la mano scende verso il petto, come per lisciare una lunga barba che non c’è.

Vuol dire: «Che noia!». Per una lezione lunga, un film lento, una fila che non finisce mai.

Anche la frase da sola funziona: «Che barba!» vuol dire «che noia». E lo fanno anche le ragazze, che la barba non ce l’hanno!

10. «Al bacio!»

Come si fa: si portano alle labbra le punte delle dita unite (o anche solo il pollice e l’indice), si dà un piccolo bacio, poi la mano si allontana dalla bocca e si apre.

Vuol dire: «Perfetto!», «Buonissimo!». Si usa soprattutto per il cibo, ma anche per un lavoro fatto bene.

In italiano si dice proprio così: una cosa fatta benissimo è fatta «al bacio».

11. «Facciamo le corna!»

Come si fa: la mano è chiusa e rivolta verso il basso; restano fuori solo l’indice e il mignolo, come due piccole corna.

Vuol dire: «Speriamo di no!», «Che non porti sfortuna!». È un gesto di scaramanzia, cioè contro la sfortuna: si fa quando qualcuno parla di una cosa brutta che potrebbe succedere.

Attenzione: le corna rivolte verso l’alto e verso una persona sono un’offesa pesante: vogliono dire «il tuo partner ti tradisce». Verso il basso, invece, sono solo contro la sfortuna.

12. «Ci sentiamo!»

Come si fa: il pollice vicino all’orecchio e il mignolo vicino alla bocca, come un telefono; le altre dita sono chiuse.

Vuol dire: «Ci sentiamo!», «Ti chiamo», «Chiamami!». Si fa spesso andando via, da lontano.

È uno dei gesti più facili: si capisce in molti paesi.

La stessa mano, tre paesi

Tre mani, tre storie: le dita unite italiane, il cerchio, il cuore coreano.

Alcuni gesti si capiscono in tutto il mondo, altri no. E a volte la stessa mano dice una cosa a Roma, un’altra a Tokyo e un’altra ancora a Seul.

Il cerchio. In Italia il cerchio fatto con il pollice e l’indice vuol dire «perfetto». In Giappone e in Corea, girato con il palmo verso l’alto, diventa una moneta: vuol dire «soldi».

I soldi. Per dire «soldi», in Italia si strofinano le dita; in Giappone si fa il cerchio. In Corea si usano tutti e due: il cerchio girato a moneta e le dita che si strofinano, come da noi.

Il cuore coreano. In Corea il pollice e l’indice incrociati formano un piccolo cuore, reso famoso dal K-pop e dai drama: vuol dire «ti voglio bene» o «grazie!». Un italiano che non lo conosce potrebbe scambiarlo per il nostro gesto dei soldi, perché la mano si somiglia… e chiedersi perché gli state chiedendo dei soldi!

«Vieni qui». In Giappone e in Corea si chiama una persona con il palmo verso il basso; in Corea, con il palmo verso l’alto si chiamano gli animali, quindi è meglio evitarlo. In Italia si usano tutti e due i modi, e al Sud molti chiamano proprio con le dita piegate verso il basso, come in Asia.

La X. In Giappone e in Corea le braccia incrociate a X vogliono dire «no» o «non si può». In Italia non è un gesto di tutti i giorni: per dire «no» si scuote la testa o si muove l’indice a destra e a sinistra. Al Sud, a volte, basta alzare il mento all’indietro.

Perché gesticoliamo così tanto?

Nessuno lo sa con certezza. C’è chi pensa ai secoli in cui l’Italia era occupata da eserciti stranieri: con le mani ci si capiva senza farsi capire. C’è chi pensa alle città di una volta, piene di gente e di rumore, dove per farsi notare la voce non bastava. Nessuna di queste ipotesi è dimostrata.

Un dato, però, c’è. Nel 2024 due ricercatrici dell’Università di Lund, in Svezia, hanno chiesto a italiani e a svedesi di raccontare la stessa storia: gli italiani hanno fatto circa 22 gesti ogni cento parole, gli svedesi 11. Quasi il doppio! Ma attenzione a non esagerare con gli stereotipi: come dice una delle due ricercatrici, «oggi non conosciamo nessun popolo che non gesticoli».

Proviamo insieme

Nella prossima conversazione online di Yuujou giochiamo con i gesti: Alain ne fa uno, voi indovinate che cosa vuol dire. Potete rispondere a voce, scrivendo nella chat o… con le mani! E se nel vostro paese c’è un gesto che un italiano non capirebbe, portatelo: li confronteremo insieme.

Quando: mercoledì 28 ottobre alle 21:00, ora giapponese, per chi parla giapponese; domenica 8 novembre alle 21:00, ora coreana, per chi parla coreano (in Italia sono le 13:00). Si può anche solo ascoltare.

Come partecipare: iscrivetevi gratis a Yuujou e, all’ora dell’incontro, toccate «Talk Room» nel menu.

Fonti. Bruno Munari, «Supplemento al dizionario italiano» (1958 e 1963) · Andrea de Jorio, «La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano» (Napoli, 1832) · Isabella Poggi, Università Roma Tre (New York Times, 2013) · Fabio Caon, «Dizionario dei gesti degli italiani. Una prospettiva interculturale» (Guerra, Perugia, 2010) · The Local Italia («che barba» e «fare le corna», 2019) · Il Post, 4 giugno 2024, con lo studio di Maria Graziano e Marianne Gullberg, Università di Lund · Emojipedia, Emoji 13.0 (2020) · Visit Italy, guida ai gesti italiani · guide ai gesti giapponesi e coreani (TCJ, 90 Day Korean) · emoji: Noto Emoji di Google, licenza Apache 2.0.