
Il tempo è un bene inestimabile, eppure distrattamente lo diamo per scontato.
Per noi occidentali il tempo si presenta decisamente irreversibile, segue un preciso processo scandito in modo lineare, e al suo interno ci muoviamo sempre indaffarati tra lavoro, impegni e molteplici cose da fare.
Forse ne abbiamo una percezione troppo limitata. O forse no, ma il resto del tempo che potremmo impiegare per far qualcosa di diverso dai nostri soliti impegni lavorativi, sembra volare via.
Da una parte viviamo rimandando (non so voi, ma sono un'esperta nel rimandare, si per me esiste sempre domani) e dall'altro non riusciamo a sfruttare al meglio il tempo a nostra disposizione, perché concentriamo tutto il possibile in ore abbastanza limitate, (le classiche ventiquattro ore, che obbiettivamente a me non bastano mai).
Non è un caso che da qualche anno capita di imbattermi in articoli, spazi e forum a tema, dove è presente la forte esigenza di riscoprire l'importanza di un tempo ben speso.
Quindi sorgono luoghi virtuali, dove gli utenti scambiano pensieri circa la necessità di concedersi qualche ora “d'aria”, uno stacco irrinunciabile per poter gestire i propri interessi o semplicemente oziare senza ripercussioni.
Questo pare sia il periodo in cui spopolano spazi, blog di vita lenta, con indicazioni utili per occupare il proprio tempo libero, svolgendo attività rilassanti, sviluppando qualche nuovo hobby, suggerendo attività come giardinaggio, lavori a maglia, arti creative i cosiddetti (cozy hobbies) comunemente identificati con hobby accoglienti. Per farla breve, sono tutte quelle attività che attengono al benessere mentale.
L'elenco di questi spazi dedicati è ormai incalcolabile, ma il fulcro centrale è sempre lo stesso.
Il tempo che abbiamo a disposizione oltre le occupazioni giornaliere non è molto, e quindi dobbiamo ritagliarci uno spazio tutto nostro da riempire come meglio crediamo.
A differenza della visione occidentale, il tempo in oriente è concepito in modo ciclico, come un flusso eterno che si ripete senza inizio e fine, ma ispirato a quelli che sono i ritmi naturali delle stagioni.
Questa profonda connessione stagionale, enfatizza un grande equilibrio tra modernità e tradizione. Con un susseguirsi di celebrazioni e rituali, vissuti per concedersi una pausa dal ritmo troppo frenetico dell'era moderna.
Quello che trovo affascinante del Giappone, è proprio questa costante volontà di vivere il tempo tra tradizione e vita urbana, nel rispetto della natura e delle sue stagioni.
La coesistenza di ritmi lenti scanditi tra tradizione e modernità, è senza dubbio una delle cose che ammiro molto del popolo giapponese, poiché sembrano avere una grande capacità di “conservare” ad ogni costo, come un bisogno vitale, il distacco dallo stress lavorativo.
Le radici di questo modo di concepire il proprio tempo, sembrano essere derivate da tradizioni profonde, legate principalmente all'era imperiale giapponese.
La percezione del tempo è profondamente legata al sistema delle nengō e gannen (nomi delle ere), che divide appunto la storia in ere ufficiali legate al regno di ciascun imperatore.
Il tempo non era solo una sequenza lineare di numeri, ma apparteneva al sovrano. Cambiare il nome dell'era significava rinnovare lo spirito del paese.
Nengō o gannen si riferiscono all'anno dell'inizio" o "primo anno" di una nuova era imperiale nel sistema cronologico giapponese delle nengō (年号), che indica appunto le ere regnanti degli imperatori.
Questo sistema è il calendario tradizionale del Giappone, dove ogni era imperiale riceve un nome unico (come Heisei o Reiwa) che dura per l'intero regno dell'imperatore in carica, con anni contati come da 1. Gannen è specificamente il primo anno di quell'era, spesso celebrato come momento di rinnovamento e stabilità.
Quindi se il resto del mondo occidentale si affida quasi esclusivamente al calendario gregoriano, il Giappone continua a scandire il tempo attraverso il regno dei suoi imperatori, intrecciando politica, spiritualità e vita quotidiana con una forte visione ciclica e rituale del tempo.
E sono proprio le stagioni (shiki) che scandiscono il tempo quotidiano e culturale con un'attenzione profonda ai cambiamenti naturali, simboleggiando la transitorietà della vita (mono no aware). Comunemente la più conosciuta(tra gli eventi stagionali) è la fioritura dei ciliegi (sakura) in primavera, tuttavia anche i colori autunnali delle foglie di acero (momiji) definiscono rituali collettivi. Quindi da una parte abbiamo l' Hanami (la rinascita primaverile) e il Momijigari (malinconica bellezza dell'autunno), che integrano il tempo ciclico con l'esistenza umana.
Sono importanti eventi sociali e spirituali dove la partecipazione collettiva e la sensibilità sono molto sentite.
E proprio la primavera (Haru) - Il Rinnovamento, dominata da questa meravigliosa fioritura, che sboccia brevemente tra marzo-aprile, trova il suo apice con la celebrazione di picnic sotto i ciliegi, e passeggiate anche notturne (yozakura) per apprezzarne la bellezza fugace e il rinnovamento cosmico. Questo rito è carico di simbolismo, i ciliegi nel pieno della loro fioritura perdono petali e questi cadendo, evidenziano ancora una volta la natura effimera della vita stessa.

Ma la mia stagione preferita in assoluto resta l'autunno (Aki) - La Nostalgia Dorata, con le sue momiji (foglie rosse e arancioni) e quelle del ginkgo biloba, che virano verso un giallo- oro brillante, con la loro forte presenza tingono templi e montagne, ispirando escursioni e poesie haiku per far riflettere sul declino stagionale e l'equilibrio tra yin e yang.
Questa stagione rappresenta la maturità e la riflessione.

E poi come non citare l'estate (Natsu) - L'Energia e il Calore, molto calda e umida, ma ricca di Matsuri (festival shintoisti) con sfilate di carri, e gli spettacolari fuochi d'artificio (Hanabi).
Rappresenta la vitalità esplosiva e la purificazione.

Infine l'inverno (Fuyu) - Il Silenzio e il Calore Familiare, in questa stagione la neve è abbondante e le temperature si presentano abbastanza rigide, tuttavia anche in questa occasione, si festeggia il capodanno (Oshogatsu), la festa più importante dell'anno, passata a visitare i templi.
L'inverno rappresenta il riposo e l'introspezione.

Tutto questo “sentire” è una riposta necessaria alla vita logorante di una nazione che vive immersa tra tradizioni e progresso, in questo contesto il tempo è qualitativo e relazionale non solo quantitativo.
Quindi le pressione della vita moderna ha come risposta questa continuità con le tradizioni che contribuiscono a rendere sopportabile lo stress e l'affaticamento della produttività.
Per noi occidentali, almeno per quella che è stata la mia esperienza colloquiale, la questione sembra più complessa.
Mi capita spesso di incontrare al parco padri e madri nei loro giorni liberi, intenti a stancarsi più di prima perché anche in questa occasione, che dovrebbe rappresentare un meritato svago, devono badare giustamente a troppe cose e di conseguenza anche una giornata rilassante diventa un lavoro.
Sono momenti ritagliati per dare tregua alla settimana carica di impegni e responsabilità, ma molte volte anche questo breve spazio non viene vissuto con la leggerezza che meriterebbe.
Sembra quasi una nostra tradizione quella di stancarci e affannarci sempre. O forse una nostra “deformazione” culturale.
Ma devo essere onesta, sembra una condizione abbastanza generale, in fondo riguarda anche me, e come sempre, quando sono consapevole di dover cambiare abitudini per tentare di migliorare, cerco di porvi rimedio nel limite del possibile. E proprio negli ultimi due anni, con estrema fatica ho cercato di pormi obbligatoriamente momenti liberi praticando attività distensive.
Pensandoci bene ritagliarsi momenti tranquilli sembra essere diventato per molti un lusso, e serve un notevole impegno anche per mettere da parte quel lato di noi sempre perennemente attivo e predisposto alla programmazione.
Questa cosa è immensamente contraddittoria, il modo di scandire la giornata tenendo fede ai nostri impegni e contemporaneamente trovando soluzioni ragionevoli per vivere meglio, credo sia legato anche al concetto di “stacanovismo” occidentale, che rispetto a quello orientale sembra più morbido ma costante.
Ovviamente in Giappone sono presenti casi di karoshi (morte per eccesso di lavoro), proprio perché ne riconosciamo l'immensa capacità produttiva e forse anche per questo “lo sfogo stagionale” è irrinunciabile.
Ma il fenomeno delle patologie legate allo stress da lavoro è in aumento in tutto l'Occidente e forse anche questo dovrebbe far riflettere.
A differenza nostra, come abbiamo visto il popolo giapponese considera il tempo in modo profondamente diverso, con estrema disinvoltura è capace di scindere le fatiche lavorative da momenti necessari per risanare lo spirito, senza mai ignorare la stagione in corso perché un simile atteggiamento viene considerato quasi un segno di scarsa educazione o di mancanza di sensibilità verso il mondo.
Quindi prendiamo esempio e dedichiamoci del tempo :)