Momento presente = intero processo

Vale January 15 at 20:52
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Oggi in una serata particolarmente uggiosa, sto completando un lavoro che a quanto pare sarà presto in consegna. Rivedendo tutto il materiale raccolto, le ricerche effettuate e soprattutto le reciproche consultazioni tra colleghi, non ho potuto fare a meno di ripensare all'importanza del processo e a tutte quelle fasi che abbiamo seguito per ottenere il risultato finale.

Ammetto di averci dedicato molto tempo, talmente tanto da convincermi che non avrei potuto rispettarne la scadenza, eppure eccoci qua. Ci siamo, ad un passo dalla consegna sento di avere fatto e dato tutto quello che potevo.

Ma la cosa positiva emersa da tutta questa “faticaccia” e l'immane tempo speso, sta nella piacevole sensazione di essermi concentrata ponendo la massima attenzione su ogni singolo passaggio dell'intero processo. Perché non si tratta solo di ricevere apprezzamenti, valutazioni o critiche costruttive, ma si tratta di riconoscere in prima persona lo sforzo, l'impegno individuale senza il quale non avremmo potuto terminare il compito affidatoci. Insomma per me è diventato un fatto personale, detesto la sciatteria professionale e le scorciatoie troppo facili.

Per questo motivo da qualche tempo, sto cercando di impegnarmi per ottenere i migliori risultati, o almeno ci provo, senza tralasciare tutte quelle azioni necessarie che un tempo evitavo appositamente per dimezzare i tempi.

Si, avevo fretta di finire e mi perdevo molte cose, forse le più importanti. Ultimamente ho compreso che tutto l'insieme delle azioni che ho compiuto, le energie che ho impiegato mi hanno portato esattamente dove volevo arrivare. Ma indipendentemente da questo, il percorso per arrivarci ha dato modo a me e ai miei colleghi di instaurare un rapporto di fiducia e di rispetto reciproco, cosa abbastanza rara tra persone che devono collaborare forzatamente ad un progetto.

Tutto questo preambolo per dirvi che ultimamente quando sono in procinto di iniziare un nuovo lavoro, mi capita spesso di ripensare al rituale della cerimonia del tè (non chiedetemi la motivazione, sinceramente non saprei che risposta darvi...). La cerimonia del tè (chanoyu o chadō) racchiude l'importanza dell'intero processo come via di perfezionamento, dove ogni azione rappresenta armonia e rispetto, il tutto compiuto per “ sentire” ed essere totalmente presenti.

Per me rappresenta la perfetta sintesi dell'elaborazione e della conseguente azione per qualsiasi progetto abbia in mente. Chiaramente questa è una mia visione personale di come dovrebbe essere svolto un lavoro ben fatto, perché a dirla tutta è molto semplice di questi tempi deconcentrarsi.

La cerimonia del tè rappresenta forse la più significativa tra gli esempi per capire l'importanza del procedimento come fulcro, mettendo in secondo piano l'obbiettivo. Credo che questa della cerimonia, sia la giusta metafora, dove ogni azione compiuta porta ad un risultato di armonia interiore, la stessa che sentiamo quando portiamo a termine un compito e ne traiamo soddisfazione e sentimenti positivi.

Ma proviamo a ricordare qualcosa della cerimonia del tè.

All'interno del rituale coesistono quattro principi fondamentali:



wa (armonia)

kei (rispetto)

sei (purezza)

jaku (tranquillità)


Attraverso questi passaggi, il tè giapponese si trasforma da semplice bevanda a esperienza che invita all’interiorità, al legame tra ospite e ospitante e all’apprezzamento del momento presente.

Ma questi quattro principi possono davvero essere applicati nella vita di tutti i giorni? Forse inconsciamente qualcuno li pratica e non lo sa. Proviamo a ragionarci su.


Il primo principio (wa) quello dell'armonia se attuato nel quotidiano, potrebbe consistere nell'interagire con l'ambiente stesso e le persone con cui ci troviamo nel momento presente.

Quindi mediante azioni semplici, come preparare i pasti per la nostra famiglia, cercare di connetterci con l'ambiente circostante (in questo caso la nostra casa), magari comprando oggetti che ci donano in qualche modo un senso di “ calore,” lo stesso calore (se vogliamo) che sentiamo quando prendiamo la tazza di una qualche bevanda calda che sia tè, caffè o altro con entrambe le mani, ricavandone conforto e avvertendo una sorta di permettetemi il termine “ pace interiore”.  


Il secondo principio (kei), quello che attiene al rispetto è forse il più impegnativo, perché in un certo senso ci obbligherebbe ad accogliere l'altro, rispettandolo e favorendo gentilezza ed ascolto.

In ambiente lavorativo quante volte si conversa con un collega ascoltandolo senza prevaricare, senza interruzioni? Ho visto scene inenarrabili... eppure qualche volta succede, perché tutti hanno fretta di dire e mai di ascoltare...e allora dovremmo forse procedere riservando al nostro interlocutore una degna forma di reverenza, riconoscendone la sua dignità, come quella del maestro di cerimonia del tè (Chajin), che maneggia tutti gli strumenti del rituale con estrema delicatezza e rispetto. Sembra facile no? Invece non lo è per niente.


Il terzo principio (sei) quello della purezza consiste nel prendersi cura, e questo lo pratichiamo tutti i giorni, quando magari puliamo casa quotidianamente come un rituale con gesti semplici, automatici ma che una volta compiuti ci fanno stare bene.


Il quarto ed ultimo principio (jaku) quello della tranquillità, si raggiunge dopo tanta pratica, facendo tutto senza sforzi e con precisione. Lo si può ricollegare al lavoro del cuoco che deve “conservare” calma e precisione, gestendo l'intera cucina nel caos del servizio.


Ora secondo il minimo buon senso, in contesto lavorativo possiamo tentare di convertire qualcuno di questi principi in qualcosa di più realistico.

Quando siamo nel bel mezzo di una riunione o di una pausa caffè, mettiamo in atto determinati comportamenti, che sembrano banali ma che in qualche modo possono destabilizzare i rapporti futuri. Dobbiamo sforzarci di essere rispettosi dell'altro, intavolare conversazioni più “oneste” per quanto possibile, consentire il reciproco ascolto, cercando di evitare futili critiche, o accese discussioni per contrasti facilmente superabili.

Tuttavia un ambiente lavorativo più accogliente e scevro da tensioni è forse un sogno impossibile, ma riflettendoci con attenzione, non sembra poi così irrealizzabile.

Quanti di noi hanno avuto la fortuna di trovare un ambiente lavorativo o scolastico privo di tensioni? Probabilmente in pochi... le lamentele sono all'ordine del giorno.

E allora come potremmo costruire condizioni favorevoli per ottenere un lavoro ben fatto? Per molti è solo teoria, si punta dritti al risultato, e dunque l'ambiente seppur qualche volta opprimente, risulta essere solo un contorno, e ahimè che contorno...

Non puntare sul processo e tutte le azioni necessarie che lo coinvolgono, non consente di ampliare la propria rete di supporto qualunque essa sia. E molto probabilmente non porterebbe benefici psicologici e soddisfazioni personali.  

Insomma dovremmo agire intenzionalmente per preparare il terreno al risultato più ottimale possibile, che sia in collaborazione con gli altri o singolarmente.

In campo educativo, per sviluppare il difficile ambito della reciprocità, si attuano tutta una serie di passi e azioni tipiche del processo dell'apprendimento proprio per porre al centro dell'attenzione il come studiare davvero bene, per poi pensare solo in un secondo momento al risultato finale.

Sono fasi che prevedono metodi di apprendimento personalizzati per motivare lo studente, e tutto questo comprende il supporto costante di una guida, che sia un insegnante , un educatore, i compagni, che tramite attività di gruppo con lo scopo di incentivare riflessioni e collaborazioni, possono contribuire al raggiungimento del traguardo finale.

Così accade se vogliamo farlo accadere. Fino a poco tempo fa credevo principalmente negli obbiettivi raggiunti velocemente. Ma nonostante il mio impegno qualche volta mi capita di dimenticare la bellezza dell'intero processo, ed è in questo frangente che cerco di ricordare le fasi della cerimonia del tè. Perché proprio con piccoli passi si costruisce un processo volto all'obbiettivo finale, con una serie di azioni compiute scientemente, in circostanze adeguate e possibilmente in un contesto privo di distrazioni.

E voi in generale, quando dovete lavorare per un obbiettivo, che importanza date all'intero processo? Seguite qualche fase o procedete spediti per ottenerlo nel minor tempo possibile?  

Massimo2, Annac and Alain like this.
Quanta saggezza cara Vale. Si starebbe tutti infinitamente meglio curando il processo ed i rapporti. Qualcuno diceva che la cosa importante é il “viaggio” e non la meta. Per quanto mi riguarda sono molto scrupoloso sul lavoro ed ho bisogno di un senso di bellezza e completezza per essere soddisfatto delle soluzioni. Questo mi richiede tantissimo tempo e tante ricerche e congetture. Io passo intere giornate a pensare qual’è la scelta ipotetica migliore ad un problema informatico. Anche su cose che nemmeno mi hanno commissionato e che interessano due persone al mondo a dire tanto . Per la curiosità di farlo. Infatti mi costringo a volte, quando riesco, a rimanere sul concreto ed evitare tutte queste domande che mi faccio.

Al livello personale, almeno sulle cose di tutti i giorni, sono molto meno scrupoloso e cerco una soluzione semplice lineare e sbrigativa. Cosa che sfortunatamente non mi capita mai di ottenere, nemmeno sulle sciocchezze

Rapporto con i colleghi/il prossimo: nonostante sia una persona molto collaborativa, che ama la condivisione e si preoccupa anche molto dei sentimenti altrui, per me questo punto è fonte di grandi sofferenze. Vengo regolarmente frainteso o aggredito verbalmente senza motivo. Quindi per me collaborare con alcune persone non è difficile. Ma impossibile . Con altre invece mi trovo benissimo. Ma sono un gruppo molto ristretto che non supera il 10% dell’umanità. Ma mi sono allargato con le percentuali per far vedere che, in fondo, non sono un cavolo di asociale
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