Ciao gruppo, torniamo in Giappone
Dopo una serie di libri a tema biblioteche e librerie varie, devo dire molto presente negli ultimi tempi,(lo avete notato anche voi?) ho pensato bene di iniziarne uno a tema.
Ammetto che “La cartoleria Tsubaki” di Ito Ogawa mi ha subito ispirato qualcosa di leggero e al contempo godibile, avrei scommesso di terminarlo in un tempo assai breve, viste anche le piccole dimensioni, e invece come sempre quando voglio prolungare qualcosa che seguo con notevole interesse, ne ho volutamente centellinato la lettura.
Questa è una storia dove le parole devono trovare il loro posto, dove l'educazione dei sentimenti tradotta su carta scelta con cura, diventa un dono prezioso, perché è così che lavora un calligrafo professionale, scrive seguendo criteri ben precisi donando valore alle parole che compone.
Non è solo un lavoro di scrittura ma si tratta di pura empatia. Una storia per certi versi lontana dalla modernità da strumenti e programmi di scrittura digitale, è la storia di Poppo-chan (Hatoko) una giovane donna che vive in una piccola cittadina del Giappone e che riceve in eredità dalla nonna la cartoleria nella quale è cresciuta.
Dopo la sua ribellione giovanile, una volta diventata adulta, tornerà dove tutto era stato interrotto, svolgendo, tra le altre cose, anche la professione di calligrafo pubblico.
Tra incontri particolari e compiti delicati assegnatole, vivrà un viaggio impagabile nella scrittura, quella più vera, delicata a volte struggente, ma che rispecchia il sentito più autentico talvolta incomunicabile a voce.
Qualcuno ha definito questo libro fin troppo lento, eppure a me è sembrato fragile, delicato a tratti introspettivo. Nella sua “leggera” complessità, l'autrice, molto legata alle sue origini, non trascura anche gli aspetti del Giappone più tradizionale con le sue festività e i rispettivi rituali.
Lo stile di Ito Ogawa sembra sempre effimero e coinvolgente al tempo stesso, e questo libro in particolare sarà gradito a chi ha una predilezione per la scrittura classica, fatta ancora a mano che segue linee e regole ben precise, e che tramite la sua stessa essenza si rende partecipe placidamente della vita altrui.
"Tuttavia, a ben riflettere, mi rendevo conto di non aver ancora trovato un mio personale stile di scrittura. In altre parole non avevo ancora incontrato il mio "sé calligrafo", ovvero l'equivalente del sangue che mi scorre nelle vene, ciò che può rendere unico il mio io e da cui sgorghi a prima vista l'essenza del mio Dna. Mia nonna , invece, ci era riuscita appieno. E non potevo staccare dal muro di cucina il motto che aveva di suo pugno perché quei caratteri scritti erano vivi ed erano parte di lei. La sua scrittura conservava il soffio della sua vita". ... " E ora ... continuava a vivere nelle sue opere di calligrafia, dimora eterna della sua anima. Era questa l'essenza della scrittura"
Si, oltre la storia ammetto che avrei voluto profondamente incontrare la nonna di Hatoko (Poppochan)
Ciao gruppo
ormai per me è un dato di fatto, esistono libri che hanno il potere di trasportarci altrove, non solo in un altro luogo, ma in un altro stato d'animo.
"La voce delle onde” di Yukio Mishima, credo sia senza esagerare un capolavoro di purezza.
Pubblicato nel 1954, questo romanzo breve è una storia d'amore semplice e senza tempo, ambientata in un idilliaco villaggio di pescatori.
"La felicità è un dono che il mare concede a chi ha il coraggio di affrontarlo con cuore puro."
Con uno stile lirico e delicato, Mishima ci immerge letteralmente in un mondo dove il mare sussurra segreti eterni e regola la vita dei suoi abitanti. In questo contesto la stessa natura è molto viva, ha una sua essenza guarda e modella il destino di tutti gli isolani senza eccezioni.
Questa storia narra delle vicende di Shinji, un giovane pescatore umile e sincero, e Hatsue, la figlia di un ricco armatore.
Il loro è un amore che nasce dal silenzio e dagli sguardi, un sentimento puro, giovane che deve affrontare le prove della gelosia e delle convenzioni sociali del villaggio.
La scrittura in questo volume è sorprendentemente limpida, e questa cosa mi ha piacevolmente accompagnata per tutta la lettura, e se in altri lavori l'autore scava negli abissi dell'animo umano, qui sceglie dichiaratamente la via della chiarezza.
Ogni parola sembra levigata dal mare, descrivendo tutto con precisione chirurgica e delicatezza poetica, cosa che onestamente ho apprezzato molto.
Mishima, con grande maestria ritrae un microcosmo rurale dove il mare non è solo semplice scenario, ma specchio dell'anima umana: fluido, potente, eterno.
Diversamente dalle sue opere più intense e tragiche, qui domina una dolcezza rassicurante, che invita a riflettere sulla bellezza dell'esistenza quotidiana.
Lo stile di Mishima è elegante come sempre, ma qua è pieno di descrizioni talmente vivide delle onde, dei profumi salmastri e dei rituali isolani da creare quasi un'atmosfera ipnotica. Ogni pagina è un dipinto sensoriale, con un linguaggio raffinato ma accessibile a chiunque. È una prosa che culla il lettore, evocando armonia cosmica e un senso di pace interiore. Almeno per me è stato così.
Vale la pena immergersi in questo libro? La mia risposta è affermativa, proprio per la sua capacità di offrire una pausa da tutto. In fondo si tratta di un inno all'amore puro, alla perseveranza e soprattutto alla connessione con la natura.
Ideale per chi non ha troppo tempo da dedicare alla lettura (all'incirca 200 pagine), ve lo anticipo scorre molto veloce, e aggiungo che è un ottimo ingresso nel mondo di Mishima senza i suoi toni spesso controversi, che chi ha avuto modo di conoscerlo ha ben visto.
Leggere "La Voce delle Onde" equivale a regalarsi emozioni delicate e un ricordo indelebile del Giappone autentico e tanto caro all'autore.
“Lui, che era nato e cresciuto in quell'isola e l'amava più di ogni altro luogo al mondo, eccolo ora ansioso di lasciarla. Era stato il suo desiderio di lasciare l'isola che l'aveva indotto ad accettare l'offerta di un posto sull'Utajima-maru.
Quando l'isola fu fuori vista, l'animo del ragazzo si fece tranquillo. Come non era mai accaduto durante le sue quotidiane uscite a pesca, si sentiva ora libero dal pensiero di dover tornare a sera all'isola”.
Ciao gruppo, mi sono resa conto che esistono dei libri “accompagnatori” concedetemi questo termine. Quei libri che porti con te quando hai dei brevi momenti di attesa e tra una cosa e l'altra ne approfitti per darne una scorsa, o che leggi con non troppo smisurato impegno. O come nel mio caso, quando proprio non riesci a prendere sonno.
Banana Yoshimoto, per me rientra in questa categoria, è il mio soffice cuscino, sembra perfetta quando ho bisogno di una pausa leggera e distensiva.
Eppure, quando finisco un suo libro ho come la sensazione di non essermi persa molto... non fraintendetemi, scrive bene e le storie sono trattate con la giusta attenzione.
Praticamente ho letto quasi tutto di questa autrice, tuttavia il “nostro” rapporto resta complicato...(qualcuno direbbe di amore e odio), e invece una volta finito, credendo di non avere la ben che minima intenzione di leggerne altri, mi ritrovo pronta per il successivo. Strano, molto strano...
Sto iniziando a pensare che per me sia soprattutto una questione sentimentale, di affetto.
Questo è stato il primo libro di un' autrice asiatica che abbia mai letto, e posso affermare sinceramente che ha rappresentato l'inizio di tutto. Ha contribuito senza sforzi a nutrire il mio smisurato amore e la mia continua curiosità verso tutti gli autori asiatici in generale.
Siamo nel 1991 e Banana Yoshimoto ha ottenuto un notevole riconoscimento in occidente proprio grazie a Kitchen.
“Non c’è posto al mondo che io ami di più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina,
un posto dove si fa da mangiare, io sto bene”.
Kitchen è un libro piccolo, un romanzo breve, composto da tre storie dove i protagonisti malgrado abbiano subito lutti devastanti, passo dopo passo cercano in qualche modo di ricostruirsi e andare avanti. Sono storie abbastanza diverse ma con lo stesso tema centrale affrontato in maniera molto personale.
Come sempre l'autrice ha trattato amorevolmente le vicende dei personaggi, e io sin da subito ammetto di aver profondamente empatizzato con la protagonista principale della prima storia, Mikage.
Una ragazza molto sensibile, misteriosa dall'animo sicuramente molto solitario, e che trova nella cucina il suo spazio vitale.
Per lei è un posto del cuore, accogliente dove tutto prende forma e dove costruirà legami molto importanti.
In questo contesto la Yoshimoto tratterà anche l'annosa questione dell'identità di genere senza alcun pregiudizio ma con la sua consueta delicatezza.
E ancora, si rende noto il tema complicato del legame di famiglia che non è solo quello di sangue, ma che malgrado tutto può nascere e concretizzarsi da sentimenti quasi scontati come la gentilezza e gli interessi che accomunano i protagonisti.
Ma in uno di questi racconti si dipanano situazioni più particolari, tanto che ho avuto quasi la sensazione di leggere un manga... non che mi dispiaccia badate bene, ma ho preferito proprio la prima storia per il carattere forse più realistico e più incline alle mie corde.
In generale l'intero romanzo con la giusta dose di tristezza e con una non tanto velata malinconia, segue uno stile scorrevole, ricco di significato che si colloca bene in ambito introspettivo.
L'intera atmosfera del libro a tratti conduce in un mondo passato, rarefatto, dimenticato dell'infanzia nella sua ambivalenza, quando una bella gita al mare con i genitori era fonte di gioia, nella sua pienezza come forma autentica di genuina felicità, ma allo stesso modo lo strazio e la separazione da una persona cara, rappresentava una tragedia incomprensibile.
Emozioni talmente forti che tutti in qualche modo, in forme diverse abbiamo provato, o che proveremo nel corso della nostra vita.
Kitchen non è solo una storia di solitudine giovanile ma tanto altro.
“Non avevo al mondo nessuno del mio sangue, potevo andare in qualunque posto fare qualunque cosa. Provai un senso di vertigine".
Diventare adulti è complicato, perdi qualcosa e forse ritrovi altro.
Eppure il messaggio è il medesimo per tutte le storie e i loro protagonisti.
Possono esserci battute di arresto molto pesanti nel corso della nostra vita, ma dobbiamo trovare il modo di vivere lo stesso, cercando un qualche appiglio, esponendoci e dimostrando segni di apertura anche verso l'altro qualora fosse necessario, essere fiduciosi, e accogliere nuove possibilità. Dobbiamo volerlo con tutte le nostre forze e non sperare che la risalita avvenga indipendentemente dalla nostra volontà. Superare è un fatto personale e richiede tanto coraggio. ![]()
Ciao gruppo
Questa volta vi porto in Corea del sud, con un libro che ho finito la settimana scorsa, e che come sempre devo rielaborare... da un po' di tempo a questa parte entro troppo nelle storie con il rischio di “liberarmene” faticosamente dopo qualche tempo.
Non ne sono sicura, ma probabilmente qualcuno capirà...
Il libro incriminato è “L'ora di greco” di Han Kang, scrittrice sud coreana che ammetto di aver conosciuto solo di recente. La sua scrittura non è affatto semplice tutt'altro, si dispiega in un continuo alternarsi di immagini, sensazioni e ricordi, il tutto quasi sempre in un atmosfera rarefatta dove i personaggi, in questo caso i due protagonisti, sembrano vivere lasciando tutto il resto del mondo fuori. Sono due anime complicate, consapevoli e adagiate nella loro condizione, ma che in un modo o nell'altro esistono.
Questa per me è stata una lettura particolare, che ho volutamente procrastinato. In fondo è una storia complessa di dolore e tormenti, ma sempre regolata da un punto in comune, quello che attiene alla speranza.
Nonostante siano presenti traumi psicologici e sofferenze in divenire, l'ora di greco per i due sembra necessaria come l'aria, è un punto di incontro uno spazio privato, seppur non esclusivo all'interno del quale i protagonisti con le rispettive difficoltà ( che scoprirete leggendo), riusciranno (o no?) in qualche modo nel loro intento di vivere normalmente per quanto possibile. E grazie al superamento dell'incomunicabilità, in questo caso proprio tramite questa lingua “morta”(il greco), porranno le basi per stabilire una qualche connessione, oltrepassando il pensiero comune che l'assenza di qualcosa possa in qualche modo indicarne un vuoto esistenziale.
“Si era voltata ed era uscita dal palazzo, camminando sempre più spedita in mezzo agli odori di quella notte d'estate in cui tutto ciò che un tempo era stato vivo marciva”...
Una volta lanciata questa "sfida" mi sembra opportuno che sia io la prima a iniziare.
Allora parto con un autore che ha segnato l'inizio della mia lettura prevalentemente asiatica, ovvero Murakami Haruki, autore che leggo particolarmente con piacere, proprio per il suo modo di raccontare spesso onirico.
Ma veniamo al dunque, ho appena terminato questa lettura abbastanza impegnativa, si tratta di un'uscita non proprio recente anzi, il libro in questione è 1Q84.
Ora per chi non lo sapesse è composto da ben tre libri, troviamo all'incirca più di settecento pagine per
1Q84 - Libro 1 e 2: Aprile - Settembre (unico volume) e circa quattrocento pagine per
1Q84 - Libro 3: Ottobre – Dicembre.
Insomma, come qualcuno sostiene é davvero una gran bella "mattonata".
Impossibile quindi recensire tutto questo materiale, ci sono troppi punti che devono essere ben compresi, che a volte ti confondono, e che allo stesso modo sono necessari per completare il tutto.
Ora va da sé che quest'opera come nella tradizione di Murakami, sta a metà tra il sogno e realtà, è una storia controversa, abbastanza surreale eppure così vivida, a tratti travolgente.
Un passo in particolare recita così "Nel cielo splendevano due lune.
Una piccola e una grande. Erano sospese in aria, l’una accanto all’altra.
Quella grande era la solita luna di sempre. Quasi piena, gialla.
Ma accanto ce n’era un’altra, diversa, con una forma inconsueta"...
Ammetto che tuttora non riesco a classificarne il genere, per quanto mi riguarda potrebbe anche essere un thriller fantascientifico.
In ogni caso lo consiglio ai più coraggiosi, che non temono la quantità di pagine e che magari cercano qualcosa che li tenga sufficientemente impegnati nelle notti insonni.
In fondo qua troviamo di tutto un protagonista , due donne, legami familiari, un investigatore e storie che si intrecciano.
Ma vi avverto, dovrete avere una buona memoria per non perdervi nella storia stessa, considerati i molti personaggi e le loro particolari vicende. Buona lettura ![]()