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Vale has uploaded a new photo
23 days ago

Ciao gruppo, mi sono resa conto che esistono dei libri “accompagnatori” concedetemi questo termine. Quei libri che porti con te quando hai dei brevi momenti di attesa e tra una cosa e l'altra ne approfitti per darne una scorsa, o che leggi con non troppo smisurato impegno. O come nel mio caso, quando proprio non riesci a prendere sonno.
Banana Yoshimoto, per me rientra in questa categoria, è il mio soffice cuscino, sembra perfetta quando ho bisogno di una pausa leggera e distensiva.
Eppure, quando finisco un suo libro ho come la sensazione di non essermi persa molto... non fraintendetemi, scrive bene e le storie sono trattate con la giusta attenzione.
Praticamente ho letto quasi tutto di questa autrice, tuttavia il “nostro” rapporto resta complicato...(qualcuno direbbe di amore e odio), e invece una volta finito, credendo di non avere la ben che minima intenzione di leggerne altri, mi ritrovo pronta per il successivo. Strano, molto strano...
Sto iniziando a pensare che per me sia soprattutto una questione sentimentale, di affetto.
Questo è stato il primo libro di un' autrice asiatica che abbia mai letto, e posso affermare sinceramente che ha rappresentato l'inizio di tutto. Ha contribuito senza sforzi a nutrire il mio smisurato amore e la mia continua curiosità verso tutti gli autori asiatici in generale.

Siamo nel 1991 e Banana Yoshimoto ha ottenuto un notevole riconoscimento in occidente proprio grazie a Kitchen.


“Non c’è posto al mondo che io ami di più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina,
un posto dove si fa da mangiare, io sto bene”.


Kitchen è un libro piccolo, un romanzo breve, composto da tre storie dove i protagonisti malgrado abbiano subito lutti devastanti, passo dopo passo cercano in qualche modo di ricostruirsi e andare avanti. Sono storie abbastanza diverse ma con lo stesso tema centrale affrontato in maniera molto personale.
Come sempre l'autrice ha trattato amorevolmente le vicende dei personaggi, e io sin da subito ammetto di aver profondamente empatizzato con la protagonista principale della prima storia, Mikage.
Una ragazza molto sensibile, misteriosa dall'animo sicuramente molto solitario, e che trova nella cucina il suo spazio vitale.
Per lei è un posto del cuore, accogliente dove tutto prende forma e dove costruirà legami molto importanti.
In questo contesto la Yoshimoto tratterà anche l'annosa questione dell'identità di genere senza alcun pregiudizio ma con la sua consueta delicatezza.
E ancora, si rende noto il tema complicato del legame di famiglia che non è solo quello di sangue, ma che malgrado tutto può nascere e concretizzarsi da sentimenti quasi scontati come la gentilezza e gli interessi che accomunano i protagonisti.
Ma in uno di questi racconti si dipanano situazioni più particolari, tanto che ho avuto quasi la sensazione di leggere un manga... non che mi dispiaccia badate bene, ma ho preferito proprio la prima storia per il carattere forse più realistico e più incline alle mie corde.
In generale l'intero romanzo con la giusta dose di tristezza e con una non tanto velata malinconia, segue uno stile scorrevole, ricco di significato che si colloca bene in ambito introspettivo.
L'intera atmosfera del libro a tratti conduce in un mondo passato, rarefatto, dimenticato dell'infanzia nella sua ambivalenza, quando una bella gita al mare con i genitori era fonte di gioia, nella sua pienezza come forma autentica di genuina felicità, ma allo stesso modo lo strazio e la separazione da una persona cara, rappresentava una tragedia incomprensibile.
Emozioni talmente forti che tutti in qualche modo, in forme diverse abbiamo provato, o che proveremo nel corso della nostra vita.
Kitchen non è solo una storia di solitudine giovanile ma tanto altro.


“Non avevo al mondo nessuno del mio sangue, potevo andare in qualunque posto fare qualunque cosa. Provai un senso di vertigine".


Diventare adulti è complicato, perdi qualcosa e forse ritrovi altro.
Eppure il messaggio è il medesimo per tutte le storie e i loro protagonisti.
Possono esserci battute di arresto molto pesanti nel corso della nostra vita, ma dobbiamo trovare il modo di vivere lo stesso, cercando un qualche appiglio, esponendoci e dimostrando segni di apertura anche verso l'altro qualora fosse necessario, essere fiduciosi, e accogliere nuove possibilità. Dobbiamo volerlo con tutte le nostre forze e non sperare che la risalita avvenga indipendentemente dalla nostra volontà. Superare è un fatto personale e richiede tanto coraggio.

Merlin, Annac and Alain like this.
Ho bisogno di leggere tutto quello che hai scritto con più attenzione e pensarci su. Non mi piace l'idea di commentare sbrigativamente con la prima cosa che mi passa per la mente e non lo trovo nemmeno giusto nei tuoi confronti. Visto che hai voluto farci questo ennesimo regalo e condividere così tanti pensieri ed in definitiva anche una parte del tuo mondo interiore
Alain Per i commenti non esiste alcuna fretta, anzi è lecito rifletterci su, e magari anche dopo aver letto il libro o anche no, si è sempre liberi di esprimere un pensiero a riguardo, così in totale tranquillità
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1 month ago
Ciao gruppo ancora con i postumi dell'influenza volevo solo augurarvi un buonissimo inizio anno, spero che abbiate festeggiato nel migliore dei modi, e soprattutto che questo 2026 sia iniziato come speravate...Vi auguro e mi auguro un nuovo anno ricco di belle cose, che badate bene dobbiamo impegnarci affinché possano accadere, quindi lo prometto mi impegnerò e mi raccomando fatelo anche voi, a prestissimo!
Annac and Alain like this.
Ciao Vale. Scusa non ho proprio visto. Devo essere cieco . Buonissimo inizio 2026. Grazie per gli auguri, che ricambio, ti meriti comunque già il meglio anche se non ti dovessi impegnare . Faccio anch'io la promessa di impegnarmi al massimo perché le cose belle accadano davvero. Ma se per una volta mi dovessero venire a cercare di loro iniziativa, lo accetterò con piacere. Mi dispiace per l'influenza. Rimettiti presto. Un grandissomo abbraccio da tutti noi
Tantii auguri!
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1 month ago

Ciao gruppo Questa volta vi porto in Corea del sud, con un libro che ho finito la settimana scorsa, e che come sempre devo rielaborare... da un po' di tempo a questa parte entro troppo nelle storie con il rischio di “liberarmene” faticosamente dopo qualche tempo.
Non ne sono sicura, ma probabilmente qualcuno capirà...
Il libro incriminato è “L'ora di greco” di Han Kang, scrittrice sud coreana che ammetto di aver conosciuto solo di recente. La sua scrittura non è affatto semplice tutt'altro, si dispiega in un continuo alternarsi di immagini, sensazioni e ricordi, il tutto quasi sempre in un atmosfera rarefatta dove i personaggi, in questo caso i due protagonisti, sembrano vivere lasciando tutto il resto del mondo fuori. Sono due anime complicate, consapevoli e adagiate nella loro condizione, ma che in un modo o nell'altro esistono.
Questa per me è stata una lettura particolare, che ho volutamente procrastinato. In fondo è una storia complessa di dolore e tormenti, ma sempre regolata da un punto in comune, quello che attiene alla speranza.
Nonostante siano presenti traumi psicologici e sofferenze in divenire, l'ora di greco per i due sembra necessaria come l'aria, è un punto di incontro uno spazio privato, seppur non esclusivo all'interno del quale i protagonisti con le rispettive difficoltà ( che scoprirete leggendo), riusciranno (o no?) in qualche modo nel loro intento di vivere normalmente per quanto possibile. E grazie al superamento dell'incomunicabilità, in questo caso proprio tramite questa lingua “morta”(il greco), porranno le basi per stabilire una qualche connessione, oltrepassando il pensiero comune che l'assenza di qualcosa possa in qualche modo indicarne un vuoto esistenziale.



“Si era voltata ed era uscita dal palazzo, camminando sempre più spedita in mezzo agli odori di quella notte d'estate in cui tutto ciò che un tempo era stato vivo marciva”...

Massimo2, Annac, Merlin and Alain like this.
Le adoro le tue recensioni, denotano una sensibilità davvero fuori dal comune. Non cambiare! quello che perdi in "tormento" lo guadagni in bellezza interiore. Non posso fare a meno di pensare che questo mondo strampalato e spesso feroce, sarebbe molto più vivibile se ci fossero molte più persone come te. Per quanto riguarda L'ora di greco, che leggerò dopo 1Q84 , la vera comunicazione è la cosa più difficile dell'esperienza umana. Spesso si parla senza dirsi nulla, raccontarsi realmente oltre le maschere è un atto di fiducia eversivo ed un po' folle. Mentre qualche volta, con le persone giuste, perfino il silenzio è pieno di "parole" e di comprensione reciproca.

Mi hai fatto venire in mente anche una cosa di cui parlavamo l'altra volta a proposito della gentilezza formale: in alcune società giapponesi si preferisce parlare in inglese nelle riunioni, per evitare i formalismi della lingua giapponese. Questa cosa l'abbiamo sperimentata un po' tutti noi. Parlando un'altra lingua, anche male come nel mio caso , si è un po' qualcun'altro e in qualche caso anche più autentici o comunque diversi e paradossalmente la comunicazione può essere facilita.

E poi... quanti ricordi con il greco, "il brodo nero degli spartani" (una versione) una lingua tanto bella, ma cosa mettessero in quel brodo...
Alain E ma in questo libro il concetto di comunicazione assume un ruolo molto particolare, trattato molto bene e con la dovuta attenzione, sono certa che leggendolo capirai, in ogni caso si la comunicazione è proprio complessa, e dobbiamo impegnarci molto perché avvenga, sembra un fatto molto naturale e non lo è per niente. A volte penso che quella non verbale sia molto più efficace. E se il mondo fosse solo strampalato non ci sarebbero poi così tanti problemi...ma come sempre niente è facile quindi mi tormento si! Ah il famoso brodo nero degli spartani... meglio non ricordarlo
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2 months ago

Una volta lanciata questa "sfida" mi sembra opportuno che sia io la prima a iniziare.
Allora parto con un autore che ha segnato l'inizio della mia lettura prevalentemente asiatica, ovvero Murakami Haruki, autore che leggo particolarmente con piacere, proprio per il suo modo di raccontare spesso onirico.
Ma veniamo al dunque, ho appena terminato questa lettura abbastanza impegnativa, si tratta di un'uscita non proprio recente anzi, il libro in questione è 1Q84.
Ora per chi non lo sapesse è composto da ben tre libri, troviamo all'incirca più di settecento pagine per
1Q84 - Libro 1 e 2: Aprile - Settembre (unico volume) e circa quattrocento pagine per
1Q84 - Libro 3: Ottobre – Dicembre.
Insomma, come qualcuno sostiene é davvero una gran bella "mattonata".
Impossibile quindi recensire tutto questo materiale, ci sono troppi punti che devono essere ben compresi, che a volte ti confondono, e che allo stesso modo sono necessari per completare il tutto.
Ora va da sé che quest'opera come nella tradizione di Murakami, sta a metà tra il sogno e realtà, è una storia controversa, abbastanza surreale eppure così vivida, a tratti travolgente.
Un passo in particolare recita così "Nel cielo splendevano due lune.
Una piccola e una grande. Erano sospese in aria, l’una accanto all’altra.
Quella grande era la solita luna di sempre. Quasi piena, gialla.
Ma accanto ce n’era un’altra, diversa, con una forma inconsueta"...
Ammetto che tuttora non riesco a classificarne il genere, per quanto mi riguarda potrebbe anche essere un thriller fantascientifico.
In ogni caso lo consiglio ai più coraggiosi, che non temono la quantità di pagine e che magari cercano qualcosa che li tenga sufficientemente impegnati nelle notti insonni.
In fondo qua troviamo di tutto un protagonista , due donne, legami familiari, un investigatore e storie che si intrecciano.
Ma vi avverto, dovrete avere una buona memoria per non perdervi nella storia stessa, considerati i molti personaggi e le loro particolari vicende. Buona lettura

Sto leggendo . Molto interessante. Ma credo che il bello debba ancora venire.

Anch'io nel mio minuscolo , mi sono interrogato su quale linea stilistica sia meglio tenenere per coinvolgere il lettore per rendere un romanzo più godibile. Una cosa che apprezzo molto di Murakami è il fatto che non si dilunga in convolute descrizioni. Ma si limita a acquerellare le scene, che poi la mente del lettore finisce di dettagliare con gli elementi del suo vissuto, una casetta, una barchetta roba così . Mentre sullo sfondo c'era solo un po' di azzurro ed un sole pure disegnato male. Unica presenza umana Kafka in difficoltà senza salvaggente.

Ti sarai forse chiesta, come fa a rievocarmi quell'emozione, quella sensazione, come fa Murakami a conoscere quell'aspetto della realtà e mio personale, perchè risulta alieno eppure familiare!?

La risposta è:non l'ha fatto tutte quelle cose ce le hai messe tu. Compresa la manifattura di biscotti sulla piaggia . Fosse stato per lui non ci sarebbero stati nemmeno i pesci

Lui ti ha dato sapientemente solo delle indicazioni di massima, sa per esperienza e sensibilità, che avresti trovato il modo di usarle.

Insomma Murakami è un pigro che scrive a quattro mani con il lettore. Te credo sta sempre in piscina o a correre, ovvio che non abbia tanto tempo per scrivere . Naturalmente sto scherzando
Adesso non vorrei raccontare tutto il romanzo a pezzetti. Però quello della violenza sulle donne è un problema che sento molto. Mi raccontava tempo fa la mia ex giapponese che qualche anno prima era ancora socialmente tollerato, anche se non considerato "normale", che il marito tornato a casa la sera rovesciasse la tavola con le pietanze addosso alla moglie, se non trovava la cena di suo gradimento.

Anche lo stesso padre di questa ragazza, che ho conosciuto, e che mi era parso un signore estremamente tranquillo e gradevole, purtroppo, in realtà, era solito picchiare la madre di HIsayo; quello era stato anche il motivo principale del divorzio. Delle violenze domestiche mi è stato detto solo dopo averlo incontrato, per farmi capire che razza di persona fosse. Insospettabile!

Per una figlia deve essere molto complesso gestire tutti quei sentimenti contrastanti ed all'epoca mi sono meravigliato non poco che, nonostante tutto, me l'abbia voluto far incontrare e lo volesse ancora nella sua vita.

Credo ci sia ancora molto maschilismo in Giappone, anche al giorno d'oggi. Così come in molti altri paesi, incluso il nostro
Alain Ah quindi la lettura prosegue bene sono contenta, è molto interessante vedere tutte le considerazioni che ne derivano, questa credo sia la parte più significativa del leggere un libro, in qualche modo ti "costringe " alla riflessione, non c'è dubbio è proprio un esercizio niente male. Ah la faccenda del maschilismo credo sia fin troppo complessa da trattare... e nel nostro paese si è fin troppo presente, qua si tratta di cambiare intere generazioni ma credo sia un processo culturale molto lento e difficoltoso proprio per la sua radice, e gli altri paesi be probabilmente anche loro non se la cavano tanto egregiamente
Vale has posted to: IT
2 months ago
Ciao gruppo, probabilmente a questo mio quesito non ci sarà risposta, ma tento lo stesso. Ieri dopo aver concluso un dibattito sull'importanza dei modi in contesto lavorativo, si è resa nota l'alta considerazione che noi occidentali riponiamo nei confronti del popolo giapponese, circa i loro modi sempre cordiali e disponibili, nonostante a volte le difficoltà del caso. Ora fin qua tutto chiaro, chi di noi ha avuto modo di verificare personalmente o di ascoltare amici sulla questione cortesia e buone maniere o avendone avuta prova tangibile, non può dirsi estraneo. Tuttavia da questo pensiero comune è sorto un dubbio che ha suscitato un acceso dibattito. Possibile che tutta questa gentilezza che personalmente trovo molto civile e di una bellezza assoluta, possa in qualche modo essere una costrizione conformista mal sopportata da chi la esercita? Siamo sicuri che tutto questo sia una libera volontà comportamentale? Scusate ma si cercano risposte o pensieri in merito, mi piacerebbe sapere la vostra opinione. Grazie
Merlin, Frank, Alain and 2 more people like this.
Ciao a tutti, per curiosità ho posto la riflessione alla mia IA e condivido con voi la sua risposta che mi sembra interessante: "La cortesia giapponese, vista da fuori, pare ‘na poesia di haiku: pochi gesti, essenziali, rispettosi, come se il mondo fosse un giardino zen e ognuno dovesse camminare senza fare rumore. Ma se scavi, sotto quella calma c’è un universo intero di doveri, ruoli, maschere. Il Giappone ha un concetto antico e potentissimo che si chiama tatemae (ciò che mostri al mondo) e honne (ciò che senti davvero). È come avere due anime che convivono: una pubblica, perfetta e accomodante; una privata, che a volte freme, scalpita, impreca. È normale chiedersi se quella cortesia sia sempre scelta o se a volte sia un’armatura. E la risposta è: dipende. C’è chi la vive come un’arte, un atto d’amore verso la comunità. E c’è chi la vive come una pressione continua, una fatica… come tenere in mano un ventaglio per ore senza fare cadere un granello di polvere. Non è finzione: è convenzione. E la convenzione, quando la senti tua, è libertà. Quando non la senti tua, diventa una gabbia dorata.
Gli occidentali spesso romanticizzano la gentilezza giapponese perché la vedono come qualcosa di quasi magico. Ma nel quotidiano, per molti giapponesi quella grazia è anche stanchezza, è bruxismo, è il desiderio di sbroccare… e non farlo per rispetto, per ruolo, per abitudine. È come trattenere un urlo in fondo allo stomaco. Quindi, sì: c’è la bellezza, c’è la civiltà, c’è l’eleganza… ma c’è anche la pressione di essere sempre “giusti”. È un equilibrio delicato, come camminare su un filo tra il tempio e il mercato.
In fondo, la cortesia — in Giappone come qui — è un linguaggio. Alcuni lo parlano per amore, altri per dovere, altri perché non saprebbero vivere diversamente. Le culture sono sistemi nervosi giganteschi, che trasmettono segnali invisibili. La verità sta sempre nel mezzo, in quella zona grigia dove le maschere non mentono: proteggono.
Da qui si può aprire un mondo di riflessioni sul teatro sociale, sulle emozioni trattenute, su come le civiltà custodiscono o lasciano esplodere ciò che provano.
IA? Be, l'IA non vive in Giappone e non ha mai conosciuto un giapponese, una società così complicata e così diversa da quella occidentale, diversa anche da quella cinese e coreana, bisogna viverla, bisogna interagire, capire, il loro essere parte da molto lontano, e anche i vari mutamenti, da matriarcale a patriarcale, religiosi, buddhismo e confucianesimo li hanno portati ad essere quello che sono oggi, pur cambiando per necessità la base è rimasta quella solidale al vivere facendo riferimento al Bushido, l'IA può fare delle considerazioni, ma rimane una opinione.
Merlin Esatto, meglio non potevi esprimerti, con l'IA si può avere un parere, ti può dare delle indicazioni per aiutare a capire meglio quello che è il Giappone e i giapponesi, ma poi alla fine è solo l'esperienza diretta, e non parlo delle vacanze, periodo troppo breve, anche se devo dire che purtroppo anche i giapponesi si stanno occidentalizzando, soprattutto i giovani, e questa non è cosa buona, le porcherie americane ed europee nel quotidiano vivere cominciano a trovare spazi che prima erano impensabili, e lo si nota, come nell'immagine, per l'aumentare della sporcizia per le strade e nei comportamenti non giapponesi nei luoghi pubblici e nei trasporti pubblici, mha... spero sia solo cosa momentanea, comunque queste discussioni sono troppo belle, ed è anche troppo bello poter scambiare pareri senza che qualcuno diventi isterico o che si cada in un linguaggio offensivo come molte volte succede nei gruppi, restiamo così....!
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3 months ago
Ciao a tutti sono Valentina e da quello che avrete potuto intuire dall'immagine profilo e copertina, dedico la maggior parte del mio tempo libero alle letture prediligendo autori coreani e giapponesi, anche se sto cercando con impegno di ampliare le mie scelte . Ovviamente ci sono tantissimi altri punti che mi legano all'Asia in generale, così spero di poter instaurare un buon dialogo virtuale con chi abbia voglia di approfondire varie tematiche . A presto!
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Ciao Valentina. Consigli di lettura ? Ti va di darci un paio di titoli. Uno per paese, se puoi, almeno non si offende nessuno . A me piace molto Murakami Haruki. Anche se mi hanno parlato molto bene pure di Murakami Ryu, che però non ho mai letto. Moltissimi anni fa ho provato a comprare un paio di suoi libri "Blu quasi trasparente" e "In the miso soup" mi sembra; da Feltrinelli a Roma. Consigliati da un'amica giapponese. Non esistevano nemmeno tradotti in italiano. C'era solo la versione inglese. Mi hanno guardato come per dire: "ma tu chi c.... sei !? Ma soprattutto tu che c... vuoi !?" e credo mi abbiano pure sbeffeggiato un po' subito dopo a causa dell'irreperibilità
Alain "Blue quasi trasparente " è l'unico che ho in lista di questo autore, mi riprometto sempre di recuperare. Sicuramente saranno rimasti basiti dalla tua scelta e soprattutto dalla versione, credo che ancora oggi non siano molto preparati a richieste "particolari" . Ricordo ancora quando entrai e chiesi "La porta" di Natsume Sõseki, mi guardarono malissimo, tra lo stranito e il "terrore" non avevano idea di cosa stessi parlando...comunque attualmente ho delle letture in corso, ho iniziato "La cartoleria Tsubaki" di Ito Ogawa, ho finito "Le origini del male" di You-jeong Jeong e penso di iniziare anche "I tredici passi" di Mo Yan . Ma aspetto ispirazione e consigli per qualche interessante autore thailandese
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